Qualche spunto di riflessione a margine della pubblicazione del Report statistico 2026 di Caritas Italiana dedicato alla povertà
A cura del Segretario Generale della CISL Monza Brianza Lecco Mirco Scaccabarozzi.
La povertà non si manifesta unicamente come fatto sociale. Se non faccio esperienza diretta, personale di un tale stato, esso assume i propri tratti attraverso la mediazione comunicativa. La povertà viene percepita attraverso il discorso pubblico costruito dai diversi media. Ma ciò non riguarda unicamente noi come privati cittadini, bensì l’intero universo della politica, chiamata ad avanzare risposte. Prendiamo a titolo esemplificativo l’abolizione del reddito di cittadinanza. Troppe frodi da parte dei beneficiari, tuonava spesso il circo mediatico, con tanto di esempi di impatto sensazionalistico. A inizio 2025 i report della Guardia di Finanza relativi ai cinque anni di vigenza indicavano irregolarità di poco superiori alle sessantamila, relative cioè all’1,8% dei beneficiari, ovvero al 4% dei nuclei coinvolti, e all’1,9% dei fondi stanziati. In molti casi poi non vi è stata denuncia perché l’irregolarità era dovuta a un’erronea compilazione dei form richiesti. Nondimeno si è fatto leva anche sulla percezione ingenerata in termini comunicativi per giustificare l’abolizione del RdC.
Tuttavia ricondurre alla sola quantificazione la rappresentazione della povertà opera di fatto uno spostamento d’asse dal piano per noi più adeguato della discussione, e cioè quello politico, dove il merito verte sulle cause strutturali del fenomeno e le possibili soluzioni, a un limbo tecnico amministrativo, dove campeggiano i criteri di misurazione.
In questo senso da’ da pensare il recentissimo Report statistico 2026 di Caritas Italiana dedicato alla povertà. Esso ci parla di un mondo disertato dalle politiche pubbliche, o da esse abitato saltuariamente e/o con ampi ritardi. La rigidità di un welfare teso a inglobare le persone per categorie, fa sì che unicamente l’8%, degli oltre 282.000 che si sono rivolti alle Caritas, sia a un tempo in carico ai servizi sociali pubblici. Il 92% entra in contatto con la rete ecclesiale senza una connessione stabile con il sistema pubblico. Tale sistema si manifesta come una buropoli il cui accesso impone a chi è già indigente e fragile, dunque con risorse economiche e magari psicologiche e cognitive precarie, strumenti e competenze atti a decretare il proprio status di indigenza e fragilità. Il punto è che, pur al di fuori di una qualche gabbia burocratico/definitoria, le persone continuano ad esistere, a necessitare di un alloggio, di cure sanitarie, di sostegni socio-assistenziali. Gli ‘invisibili’ alle politiche non scompaiono dalla realtà.
Ancora, i dati Inps dello scorso febbraio attestano che i percettori dell’Assegno di inclusione sono aumentati del 7,8%, riducendosi però a un tempo l’incidenza dei profili più fragili. I nuclei con minori scendono infatti dal 37,7% al 34,6%, mentre quelli con disabilità dal 39,3% al 37,6%. Ma come suffragato da quanto emerge dai territori, per una parte delle famiglie ciò non avviene per una raggiunta autonomia, ma si esce dalle misure per ragioni burocratiche o di soglia. Fuori sì dalla statistica Adi, ma ancora dentro il tunnel del bisogno. Il dato Caritas conferma infatti una continuità, con un 28% delle persone in carico da almeno cinque anni e incontri medi annui pro capite che salgono all’8,7%, raddoppiati in confronto al 2012. Senza dimenticare gli oltre 18mila interventi di tutela dei diritti e le quasi 37mila azioni di orientamento. Anche così si misura la distanza tra il bisogno della persona e la risposta istituzionale. Non è un ordine razionale a reggere la trama dell’esistenza. La povertà permanente non regge l’intermittenza della protezione. IN e OUT nel campo tracciato dalle regole dell’Assegno di inclusione mostrano tutto il loro limite di fronte al superamento di una soglia Isee o al mutamento della composizione familiare. Mesi senza copertura e rientri insperati. Non è questa una risposta al bisogno degna di questo nome.
Quanto emerge dall’analisi condotta dalla rete ecclesiale, che considera anche il Supporto per la formazione e il lavoro, introdotto insieme all’AdI, consente uno sguardo in profondità anche su questo aspetto della realtà costitutiva del nostro essere e fare sindacato. Il dato del 2025 mostra che il 24% delle persone rivoltesi alle Caritas possedeva già un lavoro. Nondimeno la necessità di aiuto. Parliamo ovviamente dei working poor, la cui occupazione non equivale per nulla a un’uscita dalla povertà. L’inserimento in un mercato del lavoro segnato da salari bassi, discontinuità e contratti fragili, fa sì che il lavoro non sempre divenga protezione. Non solo occupazione dunque, ma qualità del lavoro. Si pensi ad esempio che ancora nel mese di giugno solo 23% dei nuovi ingressi occupazionali previsti nella provincia di Lecco è a tempo indeterminato e a Monza solo il 29%.
La povertà per la Cisl non è mai stata non è e mai sarà da reputare alla stregua di una condizione naturale o di un effetto collaterale delle dinamiche economiche del Paese. Non un mero destino statistico ma la risultante di scelte storicamente modificabili. Queste scelte appartengono all’ambito della politica, allo spazio del discorso pubblico non della tecnica amministrativa.
Ben venga la mappa tracciata dai dati Caritas, mappa che potremmo iperbolicamente definire dei non-luoghi dell’intervento pubblico. Il loro impiego può essere d’ausilio al decisore politico. Impiegarli o snobbarli rappresentano il retto e il verso del medesimo atto.