La recente presentazione del Rapporto Nazionale INVALSI 2026 induce ad alcune considerazioni sul ruolo del sistema formativo pubblico nel nostro Paese.
Anche quest’anno i dati delle rilevazioni registrano il permanere di evidenti squilibri tra le diverse aree territoriali. La riduzione si conferma pertanto come una delle priorità da assumere nelle scelte di politica scolastica. Una priorità su cui si impone un’azione convergente della scuola e di tutti i soggetti, a partire dalle autonomie locali, che ne devono sostenere attivamente l’impegno, impossibile da reggere nella condizione di isolamento in cui troppo spesso le istituzioni scolastiche si trovano ad agire.
Sicuramente va riconosciuta la positività connessa alla diminuzione del tasso di abbandono precoce degli studi, che si attesta all’8,2% superando in anticipo gli obiettivi del PNRR e proiettandosi verso il 7,3% per fine d’anno. Parliamo in buona sostanza di 520 mila giovani tornati in aula.
Lo stesso dicasi per le competenze digitali rilevate. Il monitoraggio, esteso anche all’anno conclusivo della scuola secondaria di secondo grado, manifesta un quadro più aderente alla realtà quanto all’impiego delle tecnologie digitali, ormai imprescindibili negli iter formativi e lavorativi nonché per l’esercizio della cittadinanza. Non vanno dimenticati neppure gli apprendimenti in lingua inglese, dove le prove manifestano esiti di livello nell’intero arco della permanenza scolastica.
Ma i dati delle rilevazioni Invalsi attestano ancora il permanere di squilibri, anche marcati, tra le diverse aree territoriali. Va da sé dunque che un’azione risanatrice in questa direzione si conferma tra le priorità da assumere nelle scelte di politica scolastica. Una priorità su cui occorre un’azione convergente della scuola e di tutti i soggetti, ai diversi livelli di responsabilità, dal governo centrale alle autonomie locali. Diversamente l’impegno è impossibile da reggere nella condizione di isolamento in cui troppo spesso le istituzioni scolastiche si trovano ad agire.
«I dati INVALSI non possono essere ridotti a una mera classifica d’arrivo o ad un’assegnazione di pagelle ad uso e consumo mediatico», dichiara Mirco Scaccabarozzi, Segretario Generale CISL Monza Brianza Lecco. «Se c’è un merito da riconoscere, questo va a chi garantisce ogni giorno l’apertura delle scuole e il diritto allo studio in contesti sociali spesso complessi e con retribuzioni inadeguate».
Se infatti poniamo attenzione a una presunta efficacia riformatrice della politica, e limitiamoci al riordino dei Tecnici, qui in realtà emergono macroscopiche lacune, quali la drastica riduzione delle ore sia nell’area generale che in quella flessibile del curricolo, con una particolare riduzione in capo a lingue straniere, geografia e discipline tecniche, in barba alla retorica difesa della diffusione delle cosiddette discipline Stem (scienza, tecnologia, ingegneria e matematica).
Un auspicabile modello autenticamente duale, che veda istituzioni formative e datori di lavoro fianco a fianco nel processo formativo, può mutuare esempi virtuosi dagli Istituti Tecnici Superiori (ITS) Academy, Scuole di Alta Formazione Tecnica post diploma secondario, volte a ridurre il divario in termini di competenze tra scuola ed impresa.
“Gli ITS sono un valido collegamento tra scuola e lavoro, perché vengono realizzati da Fondazioni che collaborano con imprese, Università, Centri di ricerca scientifica e tecnologica, Enti locali, per rispondere alla necessità di figure professionali specializzate” spiega Mirco Scaccabarozzi. “I corsi hanno durata biennale, con un monte ore variabile da 1800 a 2000 ore. Sono inoltre previsti per determinate specializzazioni percorsi di durata triennale con un monte ore di 3000 ore”.
I dati del monitoraggio nazionale INDIRE 2025/2026 sono assai espliciti e confermano un trend consistente. A un anno dal diploma, l’87% dei diplomati ha trovato un’occupazione stabile. Non solo, in gioco vi è molto di più, ovvero la qualità dell’impiego. Nel 93,8% dei casi il lavoro trovato è infatti perfettamente coerente con il percorso di studi svolto.
A Lecco si trovano corsi che spaziano dalla cyber sicurezza al business development, dalla valorizzazione culturale enogastronomica all’automazione e alla meccatronica industriale. A Monza si trovano corsi che spaziano dal marketing digitale per il made in Italy alla managerialità sportiva; a Lentate sul Seveso corsi dedicati al settore legno-arredo, dalla progettazione alla commercializzazione; a Lissone corsi sulla sostenibilità energetica; a Seregno corsi sulla cyber defense e sulle ITC; a Vimercate corsi sulla mobilità e sull’energia sostenibili, nonché sugli impianti termotecnici ad alta efficienza energetica.
«In territori come quello lecchese e quello monzese, dove solo nel mese di luglio 50 aziende su 100 dichiarano difficoltà nel reperire i profili richiesti, investire sui percorsi ITS significa aggredire concretamente il fenomeno del mismatch occupazionale», conclude Scaccabarozzi. «Puntare sulle vocazioni produttive del territorio e sulla collaborazione tra imprese, università ed Enti locali è l’unica via per dare risposte concrete ai giovani e competitività al nostro tessuto economico».