RIVA: «SÌ AL WELFARE OCCUPAZIONALE, MA…»

Il docente dell'Università cattolica al II Congresso Cisl Mbl: «L'idea di un welfare che nasca nelle aziende è importante, ma serve un nuovo patto tra imprese e lavoratori, attraverso un nuovo sviluppo delle relazioni industriali, che favorisca una forma di tutela occupazionale e ricrei le certezze»

Il welfare occupazionale può aiutare a ricostruire un sistema di certezze nei lavoratori e nella società, ma ha limiti dei quali non si può non tenere conto. Egidio Riva, dell’Università cattolica di Milano, intervenuto oggi, venerdì 7 aprile al II Congresso della Cisl Mbl, è realista: il contributo di questa forma di welfare è importante, ma non risolutivo.

La società italiana vive in un quadro di incertezze maggiori rispetto al passato. A confermarlo è un’indagine condotta in Brianza dall’università in collaborazione con Cisl e Cgil territoriali. Il 50% dei 629 lavoratori di 8 grandi aziende del territorio interpellati, teme di perdere il posto di lavoro, il 63% ha paura che le sue condizioni di lavoro peggiorino, solo il 30% è soddisfatto del lavoro che svolge. Ma perché tanta sfiducia? «Rispetto agli anni Quaranta e Cinquanta – ha osservato Riva – non è aumentata l’incertezza. Anche allora c’erano precarietà e disoccupazione diffuse. Ciò che è cambiato è il contesto. Oggi ci troviamo di fronte a una società che invecchia, nella quale le famiglie sono meno numerose e più frantumate. Le famiglie sono quindi esposte a più rischi con meno risorse».

Di fronte a questa situazione, l’Italia non ha ricalibrato il proprio sistema di welfare pubblico, ma lo ha mantenuto intatto riducendo o congelando le spese. Il welfare state ha mantenuto le distorsioni classiche: territoriali (nord e sud), di carattere generazionale (più protetti gli anziani) e funzionale (più previdenza e meno assistenza), tra gruppi di occupati.

Negli anni è emersa così prepotente la proposta di welfare occupazionale. «Non è un’idea nuova – ha continuato Riva -, già nell’Ottocento e nel Novecento, le aziende fornivano ai dipendenti forme varie di assistenza. Oggi, però, non si è riflettuto abbastanza su come conciliare questa forma di welfare con quello pubblico perché il welfare occupazionale ha grandi limiti: non è così diffuso, è concentrato in comparti forti e non su tutto il territorio nazionale».

Allora che cosa fare? «Penso – ha concluso Riva – che vada ripensato il welfare scommettendo sulla qualità del lavoro migliorando le condizioni psicologiche e fisiche del lavoro, ma anche le opportunità (formazione, conciliazione, partecipazione). Proteggere i lavoratori non è un costo, ma un elemento che accresce la competitività. Serve quindi un nuovo patto tra imprese e lavoratori, attraverso un nuovo sviluppo delle relazioni industriali, che favorisca una forma di tutela occupazionale e ricrei le certezze».