Crescita e tasse

L’analisi di Mirco Scaccabarozzi, Segretario Generale CISL Monza Brianza Lecco

Se, come vuole l’Istat, il Pil nell’anno corrente si attesterà allo 0,6% per salire allo 0,8% nel 2026, il raffronto con altre realtà, e limitiamoci al campo europeo, induce forte perplessità e insieme preoccupazione. La Spagna, ad esempio, nel solo 2025 raggiungerà una crescita doppia rispetto alla nostra nel biennio. Il tema è: la seconda manifattura europea vuole o non vuole, può o non può essere ancora una realtà significativa nell’orizzonte dell’attuale realtà di mercato?

Direzioni ineludibili, sburocratizzazione e connettività sempre più veloce, a sostegno dell’impellente bisogno che le nostre aziende hanno di essere competitive per conquistare mercati o puntare a corposi quanto imprescindibili investimenti.

Istruttiva nella sua negatività la parabola di Transizione 5.0. Iniziale oscurità delle regole corredata dall’immancabile ambiguità. Con i chiarimenti ministeriali, ancorché tardivi, si è aperto uno spiraglio per l’imprenditoria ma è stata una lotta contro il tempo. Morale, in autunno la misura aveva assorbito solo due dei 6,2 miliardi disponibili. Partita riaperta con decretazione in zona Cesarini, anche se il piano PNRR prevedeva il termine entro fine anno. Insomma un numero cospicuo di imprese a rischio perdita di incentivi per centinaia di milioni di euro.

Sovrana indifferenza del Governo al fatto che, fidando nella norma, in realtà debito bancario e spese, in media di mezzo milione, siano divenuti un’angosciosa spada di Damocle. Insomma un orizzonte ribaltato rispetto a quello auspicato dal mondo produttivo.

Detto diversamente, assenza di certezze nelle regole, provvedimenti intermittenti che rendono ardua la programmazione degli investimenti, entro un quadro internazionale che vede due devastanti conflitti nella contiguità geografica, costi energetici crescenti e le incognite derivanti dall’innovazione tecnologica.

Per la Cisl questo Governo va incalzato, o ancor meglio stretto d’assedio su investimenti produttivi figli di una politica industriale degna di questo nome. È delle scorse settimane l’ulteriore dramma legato all’Ilva. Un Paese affamato d’acciaio per la sua manifattura lascia l’impianto siderurgico, che vantava una primazia europea, in situazione di stallo, a voler essere cauti.

Non c’è dubbio alcuno che la via regia dell’equità passa dalla redistribuzione della ricchezza, ma una crescita del Pil che veleggia attorno allo 0,6% non lascia granché adito alla speranza.

Bene il prelievo di 11 miliardi su banche e intermediari finanziari, pur nel dubbio che tali imposte non finiscano poi per alimentare gli oneri dei risparmiatori. Ma al netto di ciò, quanto necessita è una politica capace di dar vita a una realtà finanziaria sempre più funzionale all’implementazione progettuale, in grado di alimentare l’innovazione e sostenere le imprese alla ricerca di più ampi spazi sui mercati internazionali, che la nefasta politica trumpiana dei dazi ha reso ancor più vitale ma a un tempo più complicata.

Ma di questo non c’è traccia nel dibattito politico, e tantomeno nei profili tracciati dai testi della finanziaria prossima ventura.

Ancora, per la Cisl necessita con forza un passaggio deciso dalla finanziarizzazione del mercato all’economia reale. Ad esempio uno scambio economico fra un risparmio collettivo gestito dai lavoratori stessi a garanzia della stabilità di governance dell’impresa, che a sua volta promuove investimenti per uno sviluppo a lungo termine sostenibile sul piano sociale ed ecologico, capace quindi di alimentare anche una necessaria solidarietà tra le generazioni.

Non si tratta qui di effettuare solo qualche aggiustamento occasionale, ma di ripensare assieme obiettivi, strumenti e modalità all’insegna della condivisione e dell’assunzione di responsabilità. La partecipazione è lo strumento non solo per arginare le forme di populismo, ma anche per prevenire e ricomporre il conflitto sociale. Con la legge 76/2025, fortemente voluta dalla Cisl, ciò è oggi almeno in parte possibile Sarebbe a nostro avviso una rivoluzione economica, sociale e anche culturale per il nostro Paese.

Il cahier de doléances è arcinoto: invecchiamento demografico, dimensioni aziendali ridotte, innovazione e investimenti scarsi, bassa produttività, una ‘buropoli’ insostenibile, sistema giudiziario sempre prossimo al collasso. Il tutto condito da un debito pubblico stabilmente attestato sopra i tremila miliardi di euro.

La legge di Bilancio approdata in Parlamento è decisamente a bassa intensità, con il contenimento del passivo di bilancio, riconosciuto anche dalla Commissione europea, tra i pochi punti di forza. Investimenti pubblici non certo di rilievo, dal momento che sono previsti al 3,8% del Pil, e di analoga scarsità gli incentivi ai privati. Certo abbasseremo il deficit, faremo margine al debito, ci appunteremo medaglie e altre promozioni dalle agenzie di rating veleggiando nelle acque della crescita prossima allo zero.

In estrema sintesi, non ci basta una manovra che guarda al rigore dei conti se poi le misure che mette in campo risultano del tutto insufficienti per promuovere lo sviluppo. E’ un mero giudizio di fatto, non certo ideologico asserire che l’Esecutivo si sta trincerando a difesa dello status quo.

Investire in infrastrutture materiali e immateriali sarebbe invece garanzia anche per la ripresa della crescita dei salari, che richiedono per converso la chiusura dei contratti, come avvenuto per i metalmeccanici dopo 17 mesi di dure trattative.

Liberare il sistema produttivo dai troppi vincoli e oneri burocratici da un lato ma anche un massiccio investimento per favorire la qualità del lavoro. Investire dunque sulla qualità dei sistemi di istruzione, sia per offrire alle persone gli strumenti adattivi più idonei per fronteggiare ai cambiamenti imposti dallo sviluppo tecnologico, garantendo contemporaneamente al sistema produttivo la ricomposizione del cosiddetto skill mismatch, ovvero il disallineamento tra la domanda e l’offerta di lavoro.

Nondimeno deve essere chiaro a tutti, specie al mondo dell’impresa, che un incremento delle competenze, anzitutto digitali, deve coniugarsi alla valorizzazione del capitale umano di cui è latore chi entra nel mercato del lavoro. Una politica aziendale di riduzione di costo a discapito della produzione di valore non è accettabile e porta alla precarizzazione delle vite dei giovani, senza migliorare produttività e competitività. Analoga considerazione può essere svolta anche per la condizione delle donne lavoratrici, laddove tutti i dati confermano che sono penalizzate soprattutto dalla difficile conciliazione dei tempi di vita e di lavoro. È questa difficoltà che contribuisce a mantenere la quota di occupazione femminile (meno del 50%) al di sotto delle medie europee (a Lecco nel 2024 la richiesta del mercato del lavoro in termine di genere è stata del 20,6% per le donne a fronte del 35,1% per i maschi).

Uno sguardo alle recenti previsioni occupazionali fa insorgere fondati timori anche nel nostro territorio. Sintomi negativi traspaiono infatti dai dati offerti dal Sistema Informativo Excelsior che, sia su Monza Brianza che su Lecco, ci presenta un conto in negativo degli ingressi rispetto a novembre 2024 (-130 Monza Brianza, -70 Lecco). Il dato è affiancato da altre criticità: meno di un terzo delle entrate previste saranno stabili, ossia con un contratto a tempo indeterminato o di apprendistato, mentre nel 70% dei casi saranno a termine (a tempo determinato o altri contratti con durata predefinita). Permane inoltre il disallineamento tra domanda e offerta, tanto che le imprese prevedono di avere difficoltà a trovare i profili desiderati nel 50% delle ricerche. Su questo dato, ne siamo convinti, incide fortemente, anche se non solo, la componente salariale. Va ribadito: la crescita salariale non può più essere tema di discussione accademiche, deve avere un riscontro contrattuale forte.

Un Paese senza prospettive di futuro è un Paese in agonia. E la prospettiva per un Paese capace di assumere il futuro come dimensione costitutiva è data dalla capacità di rendere protagonisti della sua economia donne e giovani.