L’analisi del Segretario Generale, Mirco Scaccabarozzi
Da Pericle che esalta la democrazia ateniese fondata sulla libertà, alla maschera che cade e mostra il vero volto della politica di Atene, retta dalla logica imperiale del primato della forza quale ‘legge naturale’, nel dialogo con i Melii. Nulla di nuovo sotto il sole, verrebbe purtroppo da dire di fronte alle azioni condotte oggi da Trump e Netanyahu. A un anno dal cosiddetto Liberation Day, quando per la prima volta venne annunciata l’imposizione di dazi ingenti da parte Usa al resto del globo, siamo ormai giunti a una escalation militare di cui nessuno è in grado di prevedere il termine. Ma al netto dei controversi effetti economici delle politiche tariffarie, con tutto il loro correlato in realtà di armi di ricatto sul piano geopolitico, riverberando decisionismo ed esibizione muscolare nei confronti di aree come quella europea, in posizione di patente debolezza, oggi, nel mutato quadro mondiale, ci troviamo ad affrontare rischi ancora diversi ed esiziali.
Il report del 3 aprile di Bankitalia, Proiezioni macroeconomiche per l’economia italiana, offre un quadro prospettico sugli effetti del conflitto medio-orientale sul Pil italiano e l’inflazione. Nel 2026 l’inflazione, misurata con l’indice armonizzato dei prezzi al consumo, potrebbe raggiungere in media il 2,6 %, ovvero un aumento di un punto percentuale rispetto al 2025. Nel biennio 2027-2028 l’inflazione dovrebbe poi scendere poco al di sotto del 2,0 per cento (rispettivamente all’1,8 per cento e all’1,9 per cento). Secondo le stime di Codacons un’inflazione al 2,6 %, a parità di consumi imporrebbe un aggravio di 860 euro annui a famiglia.
L’incremento inflattivo nell’anno corrente è ampiamente riconducibile alla componente energetica, influenzata dal repentino rialzo delle quotazioni delle materie prime.
Il Pil è previsto in aumento dello 0,5 per cento sia quest’anno sia il prossimo e dello 0,8 per cento nel 2028. Nel prospetto di Bankitalia l’attività economica risente specie quest’anno di un affievolimento della domanda interna, bloccata dal subitaneo rincaro energetico, dall’ulteriore aumento dell’incertezza e dal deterioramento della fiducia.
Viene profilato anche uno scenario alternativo nel quale si ipotizzano effetti più grevi e duraturi del conflitto in merito all’offerta di materie prime e a ulteriori rincari delle loro quotazioni, collocati su livelli molto maggiori per un periodo prolungato.
In confronto allo scenario di base l’eventualità comporterebbe anche tensioni sui mercati finanziari, con una stretta alle condizioni di finanziamento. La portata globale del conflitto induce a ipotizzare da ultimo un marcato indebolimento degli scambi internazionali. La crescita pertanto nel 2026 si azzererebbe rispetto al +0,5 % stimato nello scenario base, con una contrazione del Pil dello 0,5% per il 2027 rispetto al +0,5 per cento previsto. Ciò imputabile principalmente agli esiti dei rincari energetici sui redditi e sulla spesa delle famiglie nonché a quelli del peggioramento delle condizioni finanziarie sugli investimenti.
Ancora, lo Standard & Poor’s Global Italy Services PMI (Purchasing Managers’ Index) indicatore economico mensile che misura la salute del settore manifatturiero, dei servizi e delle costruzioni, a marzo il settore terziario risente di un calo indotto dalla riduzione della domanda sia sul mercato internazionale che su quello interno. Per la prima volta in oltre un anno le aziende hanno dichiarato un declino delle vendite, collegandolo alla fine delle Olimpiadi, alle derive del conflitto in Medio Oriente e all’aumento della concorrenza. Inoltre, gli ordini provenienti dall’estero si sono ridotti in maniera considerevole, segnando peraltro il quarto calo mensile negli ultimi cinque mesi.
Gli effetti della crisi si vedono comunque su più fronti. Il turismo rallenta, le consegne si allungano e i costi operativi crescono in modo significativo. Una situazione che colpisce sia chi lavora con l’estero sia chi opera principalmente sul mercato interno.
Concentrando l’attenzione sull’orizzonte economico delle nostre province di Monza e Lecco emergono infatti gli esiti immediati della nuova fonte di conflitto medio-orientale, che si estende su di un’area che ha progressivamente assunto importanza strategica per le nostre imprese con una dimensione prospettica di ulteriore rafforzamento.
Una prima testimonianza ci arriva dai dati dell’Osservatorio MPI di Confartigianato Lombardia, che quantificano l’export del manifatturiero lecchese verso il Medio Oriente in 264 milioni di euro.
Dal territorio brianzolo, lo scorso anno, le esportazioni verso i 13 Paesi medio-orientali coinvolti nelle operazioni del conflitto hanno toccato un valore di quasi 750 milioni di euro, pari al 4,9% del totale. La meccanica ha raggiunto il 13,7% delle esportazioni settoriali e l’1,8% delle esportazioni totali, la chimica rispettivamente il 7,6% e l’1,0%), il design-arredo il 9,6% e lo 0,8%, mentre con un peso ridotto sul totale, gli apparecchi elettrici, con il 12,9% e lo 0,3%.
Insomma quel che narrano i dati tra il 2019 e il 2025 è la rilevanza strategica crescente di questa area del Medio Oriente per le imprese del nostro territorio.
E intanto il nuovo conflitto ha indotto repentini e significativi incrementi nei prezzi delle materie prime, coinvolgendo non solo petrolio e gas, ma anche altre non energetiche quali materie plastiche, fertilizzanti, elio ed alluminio, rilevanti per molte industrie.
Gli esiti più rilevanti hanno ad oggi impattato sui beni energetici, sia per lo stop imposto ad alcune infrastrutture sia per la chiusura effettiva dello stretto, da cui fluisce attorno a un quinto del commercio globale di petrolio e gas.
L’84% delle imprese segnala un aumento delle spese, mentre il 63% denuncia blocchi o ritardi nella consegna delle merci, soprattutto dall’Asia. Anche la domanda cala, complice l’incertezza internazionale e il clima economico instabile.
Una situazione che colpisce sia chi lavora con l’estero sia chi opera principalmente sul mercato interno.
La preoccupazione della Cisl, in questo scenario mondiale in continua e incerta evoluzione, riguarda per un verso l’insana congiunzione in più Paesi tra potere politico ed economico, pronti a far strame dei principi che fino ad oggi hanno retto le democrazie liberali, in un’orgia di crescente violenza militare.
Per altro, danno da pensare le prospettive occupazionali, gravate dal segno meno sia nel confronto con il marzo 2025 (- 40 a Monza Brianza e -400 a Lecco) sia nel confronto trimestrale marzo-maggio nello stesso arco temporale (- 480 nel territorio brianzolo e -560 nel lecchese), dati accompagnati dalle persistenti criticità, relative sia alla natura delle assunzioni – solo in una percentuale esigua di casi (33% a Monza e 24% a Lecco) sono previste stabili, ossia con un contratto a tempo indeterminato o di apprendistato – sia al disallineamento tra domanda e offerta di lavoro, con le imprese che hanno difficoltà a reperire i profili desiderati (in 49 casi su 100 a Monza e in 52 casi su 100 a Lecco).
Rimane tutta aperta la questione salariale, perché anche laddove i salari nominali sono cresciuti grazie ai rinnovi contrattali, ma restano comunque inadeguati rispetto al costo della vita che nel frattempo è aumentato. Leggendo le tante esperienze di chi frequenta le nostre sedi, per vedersi garantite tutele o fruire di servizi, la percezione è quella di un impoverimento progressivo, o, se vogliamo far uso di una metafora plastica, quella di una forbice che si allarga tra gli utili incassati dalle aziende e quanto finisce nelle buste paga di lavoratrici e lavoratori.
Una sommessa nota a margine: mala tempora currunt, e dunque teniamoci stretta la celebrazione della sola e vera Giornata della Liberazione che dovremmo, tutti nel nostro Paese, a partire dalle più alte cariche dello Stato, riconoscere e cioè il 25 aprile, memoria della lotta partigiana e della Liberazione dell’Italia dal nazifascismo, contro qualsivoglia falsificazione della storia e contro ogni democratura che fa leva su politicizzazione dei tribunali, concentrazione e controllo dei media attraverso acquisizioni di giannizzeri del regime, attacco alle università, alle istituzioni culturali e scientifiche. Contro una concezione dello Stato nella sua forma autocratica, più incline a tutelare il diritto e gli interessi proprietari dei suoi capi che i principi della democrazia liberale. Ora e sempre resistenza.