L’ANALISI DEL SEGRETARIO GENERALE MIRCO SCACCABAROZZI
Da sempre, per la CISL, contrasto alla povertà ha significato l’assunzione di una responsabilità collettiva per la tutela dei diritti delle persone, convinti come siamo che fronteggiare la povertà significa occuparsi di un fenomeno che, ben lungi dall’essere marginale, si intreccia strutturalmente alle esistenze individuali e alle comunità. Pur nelle sue diverse forme, la povertà ha una costante: si riproduce in assenza di politiche idonee, reiterate temporalmente e connotate dalla difesa dei diritti. Nell’alveo della nostra azione più diretta, possiamo certo affermare che laddove il mercato del lavoro è fonte di precarietà piuttosto che di sicurezza, l’accesso alla casa si trasforma in privilegio, i servizi territoriali non riescono addirittura a intercettare se non a far fronte alle difficoltà della popolazione fragile, la povertà non solo si radica ma si espande rapidamente. Tutto ciò rinvigorito anche da una comunicazione mediatica che deforma a bella posta la realtà, riduce a semplice, se non a mero slogan, la complessità dei vissuti e punta il dito accusatore millantando una moralità d’accatto. Emblematico è l’iter del reddito di cittadinanza, al netto di qualsiasi valutazione sul merito. La sua abolizione da parte dell’attuale Esecutivo ha sicuramente fatto leva anche su un’opinione pubblica sistematicamente aizzata contro i numeri smodati dei percettori fraudolenti. Il dato di realtà comunica altro. Come illustrato dal III Reparto Operazioni delle Fiamme Gialle agli inizi del 2025, nei quasi cinque anni di vigenza del provvedimento, rispetto alla media di 3,3 milioni di percettori, 62.215 sono stati quelli segnalati alle procure, pari all’1,8%, per un ammontare di 665milioni di euro percepiti senza averne diritto e pari all’1,9% degli stanziamenti.
L’occupazione su base annua sale, il dato è incontrovertibile. E la disoccupazione scende. Anche questo non si può contestare. Le cifre le fornisce l’Istat. Nondimeno l’aumento è sintesi di un calo di 57mila occupati tra i giovani fino a 34 anni e di un aumento di 370mila occupati nella fascia d’età over 50.
L’espansione occupazionale non riesce a includere adeguatamente né giovani né donne, questo uno dei nodi davvero critici da sciogliere. Anche a fronte del supporto messo a disposizione del PNRR, il fatto che l’Italia continui a rimanere il fanalino di coda europeo per tasso di occupazione, sia generale che giovanile e femminile, è un segnale inquietante.
Quanto ai non occupati una ulteriore considerazione. Se per un verso il tasso di disoccupazione ha raggiunto il minimo storico, per altro questo trova una spiegazione anche grazie al fatto che quanti non cercano più attivamente un lavoro, peraltro in aumento, si collocano dunque nel segmento dell’inattività. Situazione che investe particolarmente le donne. Molte disoccupate cessano la ricerca di lavoro per oggettiva difficoltà e quindi transitano nel conteggio degli inattivi. Vivendo situazioni spesso critiche sul piano familiare, come è il caso delle cosiddette famiglie sandwich, alle prese a un tempo con minori e anziani, per costoro scatta la stessa trappola subita dai disoccupati di lunga durata: maggiore è la permanenza fuori dal mercato, meno probabile è il rientro. Giovani donne e chi vive al Sud, oltre alle criticità nell’accesso al lavoro, soffrono maggiori difficoltà anche quando trovano lavoro, con salari ridotti e/o poche ore di lavoro. Si pensi in particolare a quell’ampio segmento di part time, spesso involontario, che rappresenta più del 50% del tempo parziale femminile.
Il mercato del lavoro in Provincia di Monza Brianza prevede 4.680 entrate complessive nel mese corrente, con una riduzione di 550 unità nel confronto a distanza con il medesimo periodo dello scorso anno, e una ulteriore variazione negativa di 1340 unità nel confronto trimestrale aprile-giugno.
Non distante la situazione a Lecco e provincia: le entrate complessive nel mese corrente sono 2.050, 100 in meno dello scorso anno e con un lievissimo aumento pari a 30 unità nel confronto trimestrale aprile-giugno.
Solo un terzo dei nuovi contratti sarà stabile (33% a Monza Brianza, 27% a Lecco), ossia con un contratto a tempo indeterminato o di apprendistato, mentre nel 70% dei casi saranno a termine (a tempo determinato o altri contratti con durata predefinita); per una quota pari al 30% interesseranno giovani con meno di 30 anni (33% Monza Brianza, 31% Lecco); per una quota pari al 29% a Monza Brianza e al 26% a Lecco le imprese prevedono di assumer personale immigrato.
Il tema occupazionale interseca quello della povertà lavorativa, ovvero la condizione di coloro che, secondo la definizione Eurostat, pur essendo occupati per più della metà dell’anno hanno un reddito familiare al di sotto della soglia di povertà. Tale status tocca in media il 10% dei lavoratori europei e quasi il 12% di quelli italiani. Vanno però evitate semplificazioni, nel senso che di fronte alla povertà lavorativa il mercato del lavoro non può essere considerato uno spazio omogeneo, come se vi fosse un solo tipo di lavoratore povero e che il rischio di trovarsi in questa condizione fosse dettata solo da caratteristiche del lavoratore (ad es. il basso titolo di istruzione) o del nucleo famigliare (ad es. la presenza di molti minori a carico o di un solo percettore di reddito). Per inciso, la definizione ufficiale di Eurostat di lavoratore povero, che produce statistiche utilizzate poi per definire le politiche di contrasto, se da un lato ha il pregio di considerare il fatto che il salario individuale va valutato rispetto ai bisogni non del solo lavoratore ma del nucleo familiare, con adulti e minori a carico, dall’altra cela la fragilità della posizione sul mercato del lavoro di quei lavoratori (ma più spesso lavoratrici) che fuori da quel nucleo sarebbero poveri poiché ricevono un basso salario. Inoltre, considerare come lavoratori solo quanti lavorano per almeno sette mesi l’anno, significa ‘escludere dal denominatore’ del calcolo della in-work poverty rate proprio coloro che sono più esposti al rischio di basso salario perché, a causa della frammentarietà dei contratti, lavorano pochi mesi all’anno.
Quattro sono i profili di lavoratori vulnerabili e sottorappresentati (vulnerable and underepresented persons – VUP) sia nel dibattito pubblico, sia nelle statistiche ufficiali. La vulnerabilità ha a che vedere non solo con il basso salario in sé, ma—come appena ricordato—anche con la durata dei contratti (fino al caso estremo del lavoro a chiamata) e l’intensità lavorativa. La ‘sotto-rappresentanza’ mette invece in luce la persistente difficoltà di estendere i diritti riconosciuti dai contratti collettivi nazionali al lavoro dipendente ‘standard’ alle categorie di lavoratori che hanno iniziato a popolare il mercato del lavoro dalla fine degli anni ottanta.
Il primo profilo include i lavoratori ‘standard’ in settori a basso salario.
Il secondo profilo concerne i cosiddetti lavoratori autonomi ‘economicamente dipendenti’, ovvero lavoratori eterodiretti, prevalentemente dipendenti da un committente e ‘falsi’ autonomi. Il comun denominatore di queste fattispecie è il basso livello di tutela (ad esempio per quanto riguarda gli ammortizzatori sociali) rispetto al lavoro subordinato, nonostante queste posizioni (proliferate a seguito delle riforme volte a deregolamentare il mercato del lavoro a partire alla fine degli anni novanta) condividano molte caratteristiche proprio con il lavoro subordinato.
I lavoratori ‘atipici’ (o ‘non standard’) che hanno contratti a termine o part-time (sia volontario che involontario) incarnano il terzo profilo. La questione principale in questo caso è l’intensità lavorativa, in termini di ore lavorate e mesi lavorati nell’anno.
L’ultimo profilo raggruppa lavoratori a chiamata e occasionali e lavoratori delle piattaforme. Questo tipo di lavori dovrebbe rispondere a esigenze marginali e residuali del mercato del lavoro e nei fatti interessa una piccola quota degli occupati (la cui dimensione è però difficile da stimare), ma dovrebbe essere al centro del dibattito sulla regolazione, considerando i processi di automazione e digitalizzazione in atto nella maggior parte dei paesi europei.
Il fatto che in molti casi la lavoratrice o il lavoratore appartengano a più di una delle categorie profilate rende molto complesso il disegno di politiche efficaci.
In Italia non esistono politiche specificamente dedicate a combattere il lavoro povero. Alcune delle misure esistenti hanno un effetto indiretto sulla povertà lavorativa integrando i redditi individuali/familiari. Tuttavia, come già ricordato, la presenza di minori rappresenta un fattore di rischio di povertà cruciale. Grazie all’introduzione dell’assegno unico universale anche lavoratori delle piattaforme, parasubordinati e autonomi hanno accesso al beneficio. Rimangono tuttavia penalizzate le famiglie con più redditi per via della soglia ISEE.
Dal Focus monotematico di Polis Lombardia dedicato al lavoro povero, emerge che la distribuzione provinciale dei working poor non comporta forti variazioni fra le province della nostra regione. Considerando la retribuzione mensile dei lavoratori a tempo pieno, la provincia di Monza Brianza è quella con la percentuale minore di lavoratori poveri (9,6%) mentre le spetta il primato per la più alta incidenza di working poor fra i lavoratori part-time (31,1%). In questa categoria, invece, le province con i risultati migliori sono Lecco (23,5%) e Sondrio (24,8%).
Infine, nell’analisi sulla base della retribuzione oraria si osserva una variabilità fra le province lombarde ancor più bassa; accanto a un valore massimo per la provincia di Cremona (18,9%) si registra un dato altrettanto alto per la Città metropolitana di Milano, in cui la percentuale di lavoratori poveri è del 18,8%, mentre le province con l’incidenza più bassa sono invece quella di Lecco, di Varese e di Monza Brianza.
La CISL ritiene ormai necessario e ineludibile pensare a un insieme di politiche salariali, contrattuali e per le famiglie sinergiche e che siano esplicitamente volte a rispondere a bisogni specifici, al fine di ampliare la protezione per quelli che sono considerati tradizionalmente lavoratori ‘periferici’ ma che in Italia sono quasi la metà degli occupati. Occorre in realtà scongiurare un duplice rischio: dare per scontato che il lavoro ‘standard’ protegga dalla povertà solo perché oggetto di garanzie maggiori, e che le politiche continuino ad ignorare lo svantaggio strutturale subito da lavoratori autonomi ‘economicamente dipendenti’, atipici e lavoratori delle piattaforme, svantaggio che rischia a lungo andare di ampliare le disuguaglianze.
Per via pattizia si deve inoltre raggiungere un accordo di riforma del sistema della contrattazione collettiva che argini la diffusione dei contratti “pirata”, cioè quei contratti stipulati da organizzazioni sindacali non rappresentative che prevedono retribuzioni e diritti dei lavoratori inferiori rispetto agli accordi firmati da CGIL CISL UIL, ossia le organizzazioni comparativamente più rappresentative.
Mirco Scaccabarozzi
Segretario Generale CISL Monza Brianza Lecco