25 aprile: l’intervento di Daniela Fumarola

“Miei amatissimi genitori, sorella cara, Tonino e la mia piccola Angelica, oggi verrò fucilato.
Non piangete per me. Vi attendo tutti in Cielo dove saremo sempre uniti.
Muoio innocente, ma perdono chi mi ha fatto prendere, perdono con tutto il cuore, perdonateli anche voi.
Muoio con il vostro sguardo rivolto a me. Vi voglio bene. Vostro Nino”.

“Nino” è il nome di battaglia di Domenico Bertinatti. Nasce a Pont Canavese nel 1919. Fa il ragioniere, è sottotenente di fanteria e nel 1944 sceglie la Resistenza.
La sceglie come tanti giovani del suo tempo: senza calcoli, senza convenienze, senza vie di fuga.
La sceglie per amore del Paese e per rifiuto del nazifascismo.
Da cristiano milita nella 47a Brigata Garibaldi e ne diventa vicecomandante.
Il 16 novembre 1944 vuole andare a trovare i suoi genitori. Ad aspettarlo c’è però la polizia tedesca, avvertita da un delatore. Dopo giorni di prigionia, il 24 novembre viene condotto al luogo dell’esecuzione, vicino a un collegio dei salesiani. Pochi minuti prima di morire riesce a finire questa lettera.
Parole semplici, nude, fortissime.
In quelle righe c’è un uomo che conserva fino all’ultimo lucidità, dignità, fede.
E c’è il senso più profondo della Resistenza: il momento in cui una persona capisce che non può più stare a guardare.

Ricordare Nino oggi significa ricordare che la libertà in cui viviamo non viene da sola. Ottantuno anni fa l’Italia usciva dal buio della dittatura fascista e della cancellazione delle libertà fondamentali, della guerra e dell’occupazione nazista, delle stragi e delle deportazioni. Il Paese tornava libero perché ci furono donne e uomini che, come Nino, ebbero il coraggio e la moralità di scegliere.
Scegliere di non voltarsi dall’altra parte, di non piegarsi, di resistere.
Erano ragazze e ragazzi, operai e contadini, impiegati e insegnanti, religiosi e militari, intellettuali e persone comuni.
Erano comunisti. Erano cattolici. Erano ebrei. Erano liberali… Avevano idee diverse, storie diverse, appartenenza politiche diverse.
È questo il lascito più forte della Resistenza: non l’assenza di differenze, ma la capacità di unirsi attorno al bene più grande della libertà e della democrazia.
Lo fecero i partigiani e tutti i resistenti.

Lo fecero i padri dell’Europa, che a Ventotene riuscirono ad immaginare quel che allora sembrava impossibile: uno spazio comune di pace e di cooperazione tra i popoli del continente.
Lo fecero i Costituenti, divisi per idee politiche, uniti nella scrittura della nostra Costituzione. Il 25 aprile chiarisce allora da dove nasce l’Italia democratica e antifascista. Quali sono i valori che la tengono insieme.
E ci ricorda che la libertà non è mai un regalo della storia: è sempre una conquista.

Noi siamo una generazione che ha avuto il privilegio di nascere libera.
E proprio per questo rischia di considerare la libertà come qualcosa di scontato. Non è così.
Non lo sono la pace, la democrazia, i diritti.

Lo vediamo da quattro anni in Ucraina, dove un popolo aggredito resiste per difendere la propria libertà.
Lo vediamo in Medio Oriente, segnato da una drammatica spirale di violenza.
Lo vediamo nel ritorno delle logiche di potenza, nella crisi del multilateralismo, nel logoramento dell’ordine internazionale.
Lo vediamo nei disegni espansionistici di Putin, nelle scelte imperialiste ed egemoniche di Trump, nella folle escalation innescata da Netanyahu.
Quell’equilibrio è stato progressivamente indebolito e poi infranto.
Il risultato è un mondo che sembra diventare, come ha sottolineato Papa Leone, un “incubo notturno” generato dal moltiplicarsi di “deliri di onnipotenza”, in cui la legge del più forte prevale sulla forza del diritto.
La Storia insegna dove si può precipitare, scivolando lungo questa china.
Il 25 aprile allora ci ricorda che democrazia, pace e libertà richiedono cura, responsabilità, partecipazione.
Ce lo ha insegnato Liliana Segre: quando questa cura viene meno, quei beni si indeboliscono. Ricordare non basta. Ricordare deve voler dire capire e agire.
Ha detto bene il Presidente Mattarella: è sempre tempo di Resistenza.

Mentre il mondo brucia, ancora una volta, sono le lavoratrici e i lavoratori, le famiglie, le fasce più fragili, a pagare il prezzo più alto.
Si riflette sull’energia, sui prezzi, sul potere d’acquisto e sui risparmi di lavoratori e pensionati.
È qui che il sindacato ha una responsabilità profonda. Non c’è piena libertà dove c’è sfruttamento e caporalato.
Non c’è democrazia senza lavoro dignitoso, se crescono le disuguaglianze, se la scuola e la sanità vengono mortificati, se i giovani e le donne vedono allontanarsi il futuro, se gli anziani e i fragili restano ai margini.

La libertà ha bisogno di condizioni concrete: lavoro degno, salari giusti, sicurezza, welfare, uno sviluppo che non scarti le persone e non lasci indietro nessuno.

Onorare il 25 aprile, allora, significa tenere insieme memoria e responsabilità.
Memoria di chi ha lottato, responsabilità di chi oggi deve costruire: più coesione invece che divisioni, più solidarietà invece che egoismi, più partecipazione invece che solitudine.

Più Europa invece che ripiegamento.
Un’Europa integrata e inclusiva verso le persone che vengono da altri paesi, che hanno diritto a una vita dignitosa.
Altro che re-migrazione!
Certo, oggi l’Europa è incompleta, esitante, troppo spesso lenta. Ma la risposta non può essere arretrare: deve essere rafforzarla.
Dobbiamo realizzare l’Unione dei popoli come siamo riusciti a costruire la Repubblica nel ’45.
Compattandoci nella difesa della democrazia liberale, del protagonismo della persona e del lavoro, al di là delle provenienze culturali e politiche.

Iniziando col sostituire alla logica paralizzante dei veti, quella dell’unità di intenti e della convergenza verso obiettivi comuni, ora che la sconfitta di Orban in Ungheria può renderlo possibile
Oggi come un tempo, prendere questa strada è più che fondamentale: è assolutamente decisivo.
Perché la storia ci insegna anche questo: le democrazie raramente crollano all’improvviso. Più spesso si indeboliscono poco alla volta, per assuefazione, per stanchezza, per sottovalutazione.
Per questo il 25 aprile ci richiama a non abbassare la guardia e ad assumerci una responsabilità collettiva.

Oggi siamo chiamati a essere all’altezza di quella storia.
Riconoscendo che esistono obiettivi che vengono prima delle convenienze di parte. Ritrovando un senso condiviso del bene pubblico. Lavorando a una nuova costruzione comune, per consolidare democrazia economica e partecipazione.

Questo è il messaggio più vivo della Liberazione.
Non una memoria immobile, ma un criterio per l’azione.
E allora oggi, da questa piazza di Milano, diciamo una cosa semplice e ferma. Che l’antifascismo è un presidio vivo della nostra Repubblica.
Che la libertà va difesa, la democrazia praticata, la pace costruita, il lavoro rimesso al centro. Di fronte alle guerre e agli autoritarismi, all’odio identitario, scegliamo la strada della dignità, della giustizia sociale, della democrazia.
È questa la nostra fedeltà al 25 aprile. Non una fedeltà retorica, ma operosa.

Il 25 aprile ci ha insegnato che non basta assistere.
Bisogna esserci. “Esserci per cambiare”, come affermava Tina Anselmi, la staffetta Gabriella. E noi, il sindacato confederale, ci siamo.
Oggi come ieri. Non per testimoniare, ma per costruire, con la forza del lavoro. Viva il 25 aprile.
Viva la Liberazione. Viva la Costituzione. Viva l’Italia e l’Europa della Pace giusta.

Milano, 25 aprile 2026