50 ANNI FA IL TERREMOTO IN FRIULI E IL DISASTRO ICMESA A MEDA
IL RACCONTO DI ANNALISA CARON, TESTIMONE DIRETTA DI QUEI TRAGICI GIORNI
Dopo il devastante terremoto del Friuli, accadeva un altro tragico evento. Questa volta non lontano centinaia di chilometri ma qui nell’operosa Brianza.
Da una parte la natura, dall’altro un incidente industriale e ambientale.
Entrambi questi disastri, come quelli che li hanno succeduti, ci dovrebbero aver insegnato il valore cardine della prevenzione. Ed effettivamente qualcosa hanno prodotto. La nascita della protezione civile da un lato e l’elaborazione a livello europeo della direttiva Seveso hanno rappresentato una presa di coscienza e una risposta importante da parte delle istituzioni.
A testimoniare i fatti iniziati in quella drammatica giornata del 10 luglio 1976 è Annalisa Caron, oggi Segretaria della CISL Monza Brianza Lecco. Allora era solo una bambina: insieme alla sua famiglia ha vissuto il trauma di dover abbandonare la propria casa a Cesano Maderno, costretta a fuggire da una sostanza invisibile e nociva — la diossina — che in un attimo ha stravolto la vita di migliaia di persone. “Era un’assolata giornata di sabato quando poco dopo mezzogiorno scoppia uno dei reattori dell’ICMESA e la nube tossica si propaga all’esterno. Il male non lo si vede, ma l’aria è diversa. Qualcosa è successo, nessuno sa che cosa fare perché nulla si sa sulla gravità dell’accadimento e sui suoi effetti sulle persone, gli animali e l’ambiente. Dopo qualche giorno arrivano segnali che evidenziano la tragicità della situazione: i primi ricoveri negli ospedali della zona, la moria degli animali e l’ingiallimento prematuro delle piante. Come si era diffusa la nube ora si diffonde la paura, l’incertezza e lo sgomento”.
I lavoratori dell’ICMESA entrano in sciopero venerdì 15/07. L’azienda viene chiusa con un’ordinanza di emergenza solo nella domenica successiva.
Quello che succede nelle settimane successive mette a dura prova le comunità del territorio. “Bambini, adulti, uomini e donne, lavoratori e lavoratrici si trovano a vivere una vita che non è più la loro – continua il racconto di Annalisa Caron – Ciascun abitante della zona A e della zona B conserva ricordi o anche solo frammenti di ricordi, soprattutto per quelli che erano allora più piccoli legati alla straordinarietà del momento e delle sue conseguenze: il trasferimento forzato per alcuni, il divieto di uscire da casa per quelli “più fortunati”, divieto alleggerito dalla decisione di organizzare una sorta di campo estivo giornaliero in altre cittadine della Brianza perché respirassero aria pulita. Chi può cerca di allontanarsi temporaneamente alla ricerca una “normalità” di fatto impossibile perché in più di qualche caso la provenienza dall’area vicina a Seveso è uno stigma”.
“La frutta rimane sulle piante, la verdura non si può più raccogliere: è tutto inquinato. Nel caos, nella paura di quei giorni, gli amministratori locali, i parroci, i medici, le associazioni del territorio, comprese le organizzazioni sindacali, seppur nella comune difficolta di avere certezze sul da farsi, cercano di essere dei punti di riferimento. Le riunioni che si susseguono sono sempre molto partecipate, affollate, tese. le persone vogliono sapere cosa è successo e cosa potrebbe accadere in futuro. Nessuno in quel momento ha risposte”.
La storia dei giorni, dei mesi e degli anni successivi è raccontata in molti libri e negli atti processuali e anche negli articoli e nei documentari proposti in questi giorni.
Il percorso verso la normalità è stato lungo ma la comunità – nonostante tutto – non si è persa. Ha coltivato la memoria e allo stesso tempo, con fiducia, ha ricostruito il proprio futuro.
Ciò che tangibilmente rimane, ovvero, il bosco delle querce e gli screening sanitari su un gruppo di cittadine/i rappresentano proprio questo: il riappropriarsi di quello che era diventato un non luogo attraverso il lento lavoro di rinaturalizzazione da un lato e la continua adesione ad una ricerca, un monitoraggio specifico sulle persone.
“La difesa della salute e della sicurezza delle lavoratrici e dei lavoratori, della popolazione e la tutela ambientale – conclude Caron – devono essere promossi ogni giorno, con costanza, senza abbassare la guardia, da tutti, a tutti i livelli perché il diritto alla vita e al benessere delle comunità e delle persone, di oggi e di domani, sia effettivamente garantito”.


